“Il secondo da sinistra è mio nonno, disperso in Russia”. “Ecco mio zio
in ospedale a Graz...”. Triestini, goriziani, istriani, sudditi e soldati
di Cecco Beppe. Cancellati da libri di scuola e monumenti solo ora,
in vista del centenario, escono dai bauli di famiglia
ornano a migliaia dalle prime linee
della Grande Guerra, ma non canta-no Il testamento del capitano o Venti
giorni sull’Ortigara. Le loro canzoni
hanno il ritmo cadenzato della marcia e dicono co-se come: “Maledetta sia la sveglia/ sia la sveglia del
mattino/ si riposa un pochettino / per marciare un
poco ben ”. Sono ragazzi che parlano italiano, ma
non portano il Tricolore: hanno per simbolo un’a-quila a due teste e vengono da fronti sconosciuti ai
fanti del Piave: Ucraina, Polonia, Montenegro.
Orizzonti scorticati dal vento e dalla neve.
Sono loro, i triestini, i goriziani e gli istriani, quei
soldati “un po’ così” che furono sudditi dell’Impe-ro d’Austria fino al ’18, e ora rientrano a battaglio-ni da cimiteri ignoti, armata perduta senza fanfa-re, con la forza di una memoria che riemerge dopo
una rimozione troppo lunga. Tornano su una va-langa di documenti inediti, messaggi di parenti,
fotografie sbiadite, diari, registrazioni, lettere dat-tiloscritte o calligrafate, cartoline d’epoca, cimeli, onorificenze, medaglie portate da figli o nipoti. È
successo che improvvisamente, a un anno dal
centenario del ’14, Trieste svuota gli armadi di fa-miglia e, in un impressionante outing collettivo, fa
giustizia del silenzio patriottico imposto sul pas-sato austriaco della città “italianissima”, piena di
piazze, scuole, vie e monumenti dedicati a irre-dentisti, coloro cioè che passarono all’Italia, ma
che in guerra furono meno del cinque per cento
dei maschi in età di leva.
È successo quando Il Piccolo, quotidiano di
frontiera, ha rotto il tabù sulla storia dei “vinti”,
parlando delle migliaia di caduti in divisa austria-ca rimasti senza monumento. Da quel momento,
la redazione è stata sommersa da lettere, telefo-nate e segnalazioni al punto da dover aprire delle
pagine speciali. Storie, quasi sempre, di una guer-ra vista dalla parte “sbagliata”: la disfatta di Capo-retto vista come trionfo, fanti in marcia al suono
de La marcia di Radetzky, voci disturbate di
vecchi Schuetzen registrate dai
nipoti, cartoline alla
morosa da una base
navale di Pola pavesa-ta di bandiere giallone-re, truci racconti di te-ste mozzate dai cosac-chi sui Carpazi.
«Hai già pensato, pic-cina cara, ove andremo a
dormire? — scrive, bra-mando una licenza, un
soldato istriano alla mo-glie — ciascuno a casa sua
oppure tutti e due in una
stanza? Devi provvedere
tu... In un hotel certamente
no!». E ancora, uno sloveno
del Carso: «Ho avuto una bre-vissima licenza perché mi era
morta la moglie. Non mi sono
nemmeno tolto la montura
(divisa, ndr), le ho fatto la cassa
e l’ho portata al cimitero. Zaino
in spalla sono ripartito subito
verso Kozina per prendere la
tradotta. Mio figlio Toncic, quel-lo di otto anni, non voleva stac-carsi da me. Mi ha seguito a piedi
per un po’, poi, dopo Oscurus, è ri-masto indietro».
Poco o nulla si sa di quei pove-racci: né quanti partirono, né quanti morirono, né
dove sono sepolti. La ragion di Stato, dopo il ’18, ha
vietato ai parenti la ricerca di quelle tombe e se-cretato il numero dei Caduti. Un silenzio perdura-to nel secondo dopoguerra, quando l’italianità
non doveva vacillare di fronte alla stella rossa di Ti-to. Ma ancora oggi, mentre negli archivi di guerra
viennesi puoi muoverti liberamente, i fondi foto-grafici dello stato maggiore italiano restano poco
visibili su questi argomenti.
Nel silenzio ufficiale, ora è la gente a muoversUn noto medico consegna un pacco con i diplomi
incorniciati delle medaglie d’oro e d’argento con-segnate a suo padre Mario Slavich dall’imperato-re. Ignoti lasciano in redazione lo spartito della
Karl von Ghega Marsch, dedicata al costruttore
della prima ferrovia Vienna-Trieste. Succede di
entrare in uno studio radiografico e di essere ar-pionati dal titolare che ti apre le segrete carte di una
famiglia ungherese di nome Felszegi, il cui capo-stipite fece meraviglie con un cantiere che poi fu
chiuso per ordine romano.
Trieste si svela, si addentra senza timori nelle
sue radici multiple, fa i conti con un dialetto farci-to di germanismi, dove il sorso si dice sluc , la bat-tuta vize la spinta ruc . Un mondo dove nulla è co-me appare: perché qui puoi chiamarti Botteri ed
essere di lingua-madre slovena, o fare Biloslavo di
cognome ed essere italiano nel midollo. Dopo le
foibe e i forni crematori, ci sono altre tombe da sco-perchiare per fare i conti con la storia. C’è l’Austria,
la madre di tutte le rimozioni.
Negli archivi del Piccolotrovo un “nonno Willy
fotografato con pipa all’ospedale militare di
Graz”, la rocambolesca storia di uno “zio dal gril-letto facile nello See-Bataillon” o la lettera di un
giovane che promette scherzando alla madre di
portarle in regalo “l’orecchio di un serbo”. Il diario
di un istriano che finisce prigioniero dei russi e se
la spassa suonando il clarinetto nella steppa; ma
anche l’orrore dei prigionieri italiani restituiti dal-l’Austria a fine conflitto: napoletani o lombardi
che la patria lascia morire di stenti in un lazzaretto
per poi buttarli in fosse senza nome.
È una tempesta identitaria che fa i conti con l’og-gi: con la marginalità che aumenta, i posti di lavo-ro che saltano, i treni cancellati, i cantieri chiusi, le
linee di navigazione svendute. Lo smantellamen-to, in definitiva, di una dote che era stata Vienna a
donare alla città. «È tempo che si capisca che cin-que secoli e mezzo di storia austriaca sono più lun hi di un secolo di italianità», sorride la studiosa
Marina Rossi. I palazzi sul fronte mare sono al no-vanta per cento viennesi. E poi c’è il calendario, l’e-catombe che inizia un anno prima, nel ’14.
«Grazie, grazie che mi ha permesso per la prima
volta di ricordare mio padre» dice commosso un
ottantenne al telefono di Livio Missio, il giornali-sta incaricato di smaltire quella montagna di do-cumenti. «Molti — racconta Missio — sono venu-ti di persona e hanno pianto di commozione». Il re-gista Franco Però sente «il sollievo di una città che
respira, si libera e recupera il tempo perduto», e ve-de nella freschezza di quegli inediti un grande te-sto teatrale in potenza. Roberto Todero, che da an-ni fruga nelle trincee del Carso, dell’Isonzo e della
lontana Ucraina, ha già fatto il pieno di adesioni
per un pellegrinaggio ai cimiteri dimenticati dei
Carpazi. C’è un ritardo da recuperare, perché
Trento è più avanti. È da anni che la provincia sul-l’Adige si prepara senza reticenze alle celebrazio-ni: ricorda l’impiccagione di Cesare Battisti, ma
censisce i morti di parte opposta con l’aiuto dei re-gistri viennesi, delle anagrafi e delle parrocchie su-balpine. A Trieste il risveglio è più tardivo. Troppo
a lungo il teorema della città-bastione contro i bar-bari è stato strumento di scontro politico e ha ri-tardato la riconciliazione di Trieste con se stessa.
«Fino a ieri — racconta Todero — l’Austria era evo- ata solo come barzelletta o marcette militari se-miserie», mentre i soldati triestini erano degrada-ti a polentoni, e chi ne celebrava la memoria deri-so come ridicolo austriacante.
Con la storia in ostaggio, i musei cittadini —
quello della marineria in prima fila — sono rima-sti elusivi pur di non testimoniare glorie palese-mente non italiane. La Venezia Giulia dice poco di
sé: non sbandiera di aver inventato l’elica navale o
l’esplorazione artica con largo anticipo sui norve-gesi; non dice che qui l’aviazione mondiale ha
compiuto passi decisivi nel primo Novecento. Re-sistono, in compenso, falsi storici come il Leone di
San Marco appiccicato dal Fascio al castello di una
città che fu sempre avversaria di Venezia.
Da una mostra nel piccolo museo di Tarnova sul
Carso emergono foto inedite di un mondo pre-bellico e felice. La stazione di Aurisina, bivio fra
Trieste e Lubiana oggi dimenticato da Trenitalia,
si mostra nereggiante di personale e con ristoran-ti di lusso sotto un ombrello in ferro stile Torre Ei-fel. Ed ecco alberghi e ristoranti popolati di nobili
viennesi o ricchi cecoslovacchi; belle ungheresi in
veletta portate a cavallo da stallieri serbo-croati. E
poi le cave di marmo, con più di tremila addetti e
filiali a Londra, Calcutta, Alessandria d’Egitto. «Il
presidente Napolitano ci ha esortato a rileggere la
storia» dice il promotore Joze Skerk, «e noi lo ab-biamo ascoltato».
In un tripudio di eroi italiani in bronzo e pietra
attorno a San Giusto oggi a Trieste c’è solo una pic-cola lapide ai Caduti in divisa austriaca, messa
quasi “in castigo” sul retro del castello. Pochissimi,
tra cui gli Alpini, vi depongono corone d’alloro. Il
resto è silenzio. Un silenzio che sembra ritorcersi
sui vincitori, persino sui ragazzi di Redipuglia o di
Oslavia, i cui sacrari versano in stato di scandalo-so abbandono. Nel più grande cimitero di guerra
d’Italia cammini tra erbacce e pietre sconnesse su
per scalinate dove il vento fa da padrone